Le scarpe dello scienziato


Circola da qualche giorno sui media una frase che qualcuno attribuisce al nostro attuale (scrivo Sabato 13 Novembre…) presidente del consiglio. La frase in questione è, con qualche insignificante variazione, la seguente: “Perché dovremmo pagare uno scienziato, quando facciamo le scarpe più belle del mondo?”.

Ora, importa davvero poco indagare se Silvio Berlusconi abbia davvero pronunciato tale frase, o in quale occasione lo abbia eventualmente fatto. Ciò che invece rende tale frase interessante è la sensazione, comune a tutti, che possa averlo fatto e, soprattutto, che tale frase sarebbe attendibilissima in bocca a decine di altri politici ed a centinaia di migliaia di nostri connazionali.

Francesco Sylos Labini, nel suo blog (http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/20/perche-dovremmo-pagare-uno-scienziato/72702/) ha già sviluppato una serie di considerazioni molto corrette riguardo alle convinzioni ed agli abbagli che possono portare a pronunciare una frase del genere, o altre analoghe, comunque portatrici del significato: “La scienza non serve a migliorare l’economia”. Le obiezioni che Sylos Labini muove a tale affermazione hanno tutte una motivazione “alta”, che si rifà alla storia del pensiero scientifico, ed all’impatto che tale pensiero ha avuto sulla società nei decenni e secoli successivi. Pur concordando pienamente con tali argomentazioni, credo possa esistere il fondato dubbio che esse siano pienamente convincenti per la categoria degli ipotetici coniatori della frase sullo scienziato e le scarpe.

Credo che sia necessario andare più sul concreto, per dimostrare in modo ancora più chiaro quanto ritenere che un sistema che sa fare delle scarpe non abbia bisogno di scienziati sia, proprio ora, nel 2010, un pensiero suicida.

Il concetto è semplice: la scarpa è un prodotto quasi completamente misurabile. Quindi è un prodotto che, a parte pochi particolari (tipo di conciatura e colorazione della pelle, alcuni tipi di incollaggi) è totalmente replicabile. Anche senza bisogno di commettere azioni illegali (e c’è comunque chi non si fa scrupolo di commetterne…) una scarpa la si può imparare a fare bene in pochissimo tempo. A maggior ragione con le tecnologie che sono disponibili nel 21° secolo, che sono in grado di replicare benissimo (e in qualche caso di migliorare) il lavoro del più bravo degli artigiani, producendo quantitativi mille volte maggiori a costi inferiori.

Lo stile inimitabile? OK, basta coprire d’oro uno stilista (e la Cina può farlo) ed il gioco è fatto.

Il fatto che non si tratterebbe comunque di una “scarpa italiana”? L’Italian style è una moda. E come tutte le mode, passa.

Se vogliamo rimanere leader nel settore della calzatura, ci occorrono costantemente prodotti nuovi, che non siano imitabili facilmente. Cioè che richiedano per la loro realizzazione creatività e tecnologie non alla portata di tutti, che non siano immediatamente acquistabili sul libero mercato. Tecnologie e creatività che siano NOSTRE. Fatte in casa, nelle nostre università e nei nostri centri ricerca, che devono tornare ad essere considerati il cuore economico del futuro della nazione.

Le belle scarpe ci sono state utilissime. Usiamole per procedere oltre.

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2 risposte a Le scarpe dello scienziato

  1. francesco sylos labini ha detto:

    ottimo articolo, bisogna insistere su questi concetti. qui il link all’articolo in cui è riportata la frase di silvio b. http://pil.phys.uniroma1.it/~sylos/EV.pdf

  2. Pingback: Il presepe vivente | Ultimo appello

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