Università da buttare?


di Paolo Guiotto – Università di Padova

In tempi di riforma dell’Università una tra le prime domande da porsi, specie in riferimento alla nuova keyword “merito”, è: qual è il ruolo dell’Università italiana nel mondo? A intervalli regolari i quotidiani nazionali e locali riportano dati sconfortanti sulle classifiche degli Atenei mondiali, nelle quali gli Atenei italiani danno un’impressione pessima: nessun Ateneo nei primi 100! Il primo, Bologna, risulta solo 176-esimo, Roma La Sapienza 190ma, poi Padova al 261mo posto, il Politecnico di Milano al 295mo e Pisa al 300mo posto (fonte: http://www.topuniversities.com). Gli altri peggio.

Questa classifica disarmante è il fondamentale su cui il Governo e Confindustria hanno basato parte della campagna di comunicazione per suffragare la necessità di una riforma: l’Università italiana è da buttare. Si trasmette l’idea che l’Università italiana è corrotta, scadente nella ricerca e nella formazione nonché piena di fannulloni e baroni. Ma è così? (Vedi anche il video di Paolo)

La domanda è più che legittima specie se consideriamo un altro dato, generalmente omesso, che interessa la valutazione della produzione scientifica e umanistica del nostro Paese: l’Italia è complessivamente ottava al mondo in qualità e quantità della ricerca che svolge (fonte OCSE e vari altri osservatori, per es. www.scimagojr.com). Peraltro, con punte di eccellenza in alcune aree in cui è anche sesta (per esempio in medicina e matematica). Come si coniuga questo risultato lusinghiero, e perfettamente in linea con il posizionamento del nostro Paese nel panorama dei Paesi più avanzati, con quello precedente? Certo, si può osservare che alla ricerca contribuiscono anche Enti Pubblici specificamente ad essa dedicati (come il CNR), che non svolgono funzione formativa. Ma ciò non giustifica quest’apparente contraddizione, poiché molte ricerche teoriche in cui siamo a livelli di eccellenza vengono svolte esclusivamente in Università.

Osserviamo un primo fatto: tra le prime 100 Università al mondo, 7 sono Australiane (è un esempio significativo). In questa classifica l’Australia sarebbe terza dopo USA (con 31 Atenei) e Regno Unito (con 20 Atenei). Tuttavia la produzione scientifica australiana è classificata all’11mo posto a livello mondiale. È intuitivo allora capire che probabilmente le Università australiane saranno meglio di quelle italiane non tanto dal punto di vista della ricerca, quanto da quello strutturale.

E allora proviamo a capire meglio come funzionano queste classifiche. Nelle classifiche di qualità si considerano entrambe le funzioni proprie degli Atenei: la ricerca e la formazione. La  ricerca viene usualmente valutata sulla base di alcuni indici analitici che tentano di misurare il “peso” delle pubblicazioni relativamente alla qualità ed alla quantità. La formazione viene valutata sulla base di alcuni parametri strutturali e di soddisfazione dello studente: qualità dell’insegnamento, rapporto docenti studenti, tasse universitarie, selezione in ingresso, presenza di docenti e studenti internazionali, premi Nobel, etc. Non solo: un Ateneo è una struttura tanto più complessa quanto più l’Ateneo è grande, cioè ha un maggior numero di Facoltà e di studenti. Onde per cui una valutazione di un Ateneo è necessariamente una media tra valutazioni di Facoltà, Dipartimenti, etc..

Se dunque è chiaro a tutti che ha poco senso comparare una Facoltà scientifica con una umanistica, vediamo cosa succede quando confrontiamo strutture omogenee. Prendiamo allora, a titolo di esempio, la classifica mondiale delle Facoltà scientifiche e vediamo che il miglior Ateneo italiano è La Sapienza di Roma, al 30mo posto, seguita da Pisa (83ma), Bologna (90ma), Padova (112ma), Roma Tor Vergata (117ma), Firenze (129ma), Milano Statale (147ma), Milano Politecnico (150ma), Torino (197ma), per un totale di 9 Facoltà scientifiche italiane nelle prime 200. Se passiamo all’area umanistica, sempre a titolo di esempio, gli Atenei italiani compaiono nell’ordine Bologna (46ma), Roma La Sapienza (72ma), Pisa (137ma), Firenze (158ma), Milano (180ma), Padova (181ma). Questa comparazione, sebbene non del tutto soddisfacente, è già più sensata perché è utopico pretendere, specie con le risorse che abbiamo a disposizione in Italia (e su cui torneremo in chiusura), che ci siano Atenei che eccellano in tutti gli ambiti.

Per illustrare meglio la situazione, prendiamo a riferimento quattro Università: Padova (una buona Università italiana stando alle classifiche), Cambridge (prima al mondo) e la UCLA a Los Angeles (35ma) e Melbourne (38ma). Padova, la UCLA e Melbourne sono, dimensionalmente, grandi Atenei mentre Cambridge è classificato come Ateneo medio. A livello complessivo tutti questi Atenei sono classificati con un livello di qualità della ricerca eccellente. Si nota subito che l’eccellenza dipende da un’eccellenza omogenea nelle varie Facoltà: se alla UCLA, per esempio, la migliore Facoltà (Lettere) è 7ma al mondo e la peggiore (Ingegneria e Scienze) è 15ma, a Padova la migliore (Scienze) è 112ma, la peggiore (Scienze Sociali) è 272ma.

Andando a osservare alcuni parametri strutturali, la prima cosa che si nota è l’enorme differenza nel rapporto docenti/studenti: 1/6 Cambridge, 1/13 per Melbourne, 1/15 UCLA (che è anche la media OCSE) e 1/26 Padova! In altre parole, a parità di studenti: a Cambridge hanno 4 volte i docenti di Padova, a Melbourne e a Los Angeles almeno il doppio! Un altro dato a mio avviso significativo riguarda la presenza di professori stranieri, che nella valutazione della qualità assume un senso importante come capacità dell’Ateneo di attrarre docenti stranieri: 41% a Cambridge, 18% a Melbourne, 4% alla UCLA, 1% a Padova.

Prima di arrivare alle conclusioni, allora, ricordiamo ancora un dato: in Italia spendiamo circa la metà della media dei Paesi OCSE in formazione (9% sul PIL contro il 13,4% della media) e ricerca (0,8% sul PIL contro la media OCSE dell’1,5%).

A questo punto penso sia possibile trarre qualche conclusione. Anzitutto: nonostante l’evidente sottodimensionamento, la parte migliore dell’Università funziona eccome, anzi è ben più efficiente dei Paesi competitors. Significa ciò che non è necessaria una riforma? Assolutamente no! Infatti, il nostro sistema registra profonde variazioni di qualità (sia in ricerca che formazione) e ciò significa che vi è un’”élite” di poche strutture che traina il resto del Paese. Per questo, oltre ad investire risorse, occorre una riforma strutturale che elevi il livello medio (basso) attuale. Sostanzialmente possiamo dire che l’eccellenza nel sistema attuale è garantita più che da meccanismi strutturali premiali, dalla buona fede e volontà dei singoli, il ché è inaccettabile come principio. Il DDL Gelmini approfondisce questo solco e quindi potrebbe anche, potenzialmente, elevare il livello di pochissimi Atenei/Facoltà e abbassare ulteriormente il livello della gran parte dei restanti.

A noi sembrerebbe più ragionevole ripensare completamente il sistema dell’Università, dando maggior centralità a Facoltà e Dipartimenti (sopratutto), veri centri della formazione e ricerca universitaria, innescando meccanismi virtuosi di crescita che colleghino le risorse ai “risultati” e responsabilizzino totalmente le strutture locali nelle proprie scelte.

Con un auspicio finale: che si presti un minimo di attenzione a come leggere le classifiche, giacché la superficialità che si è vista nel mondo della politica, nel mondo imprenditoriale (Confindustria in particolare) e, purtroppo, in alcuni riconosciuti opinionisti colleghi universitari non si addice a persone serie quanto a qualunquisti i cui ragionamenti possono andar bene per un bar ma non per riformare una funzione strategica per il Paese qual’è quella dell’Università pubblica.

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4 risposte a Università da buttare?

  1. carcar ha detto:

    Mi sembra una buona analisi.
    Un solo appunto: quando si citano le classifiche e’ sempre bene sottolineare che i risultati dipendono fortemente da quelli che sono i criteri scelti. Classifiche diverse concordano abbastanza sulla parte alta della classifica, ma differiscono sensibilmente man mano che si scende.

    In effetti uno strumento ‘grezzo’ come queste classifiche ha senso se si vogliono individuare le best practices; tuttavia mi sembra poco ragionevole pensare di sostituirle ad una valutazione analitica seria.

    • Paolo ha detto:

      Sì Carlo, hai ragione. Quello che mi sembra opportuno mettere in rilievo è che quando si utilizzano le “classifiche” o le si utilizza per davvero e fino in fondo, andando a leggere cosa realmente dicono oppure si fa’ della strumentalizzazione bella e buona. Per esempio. Se uno prende su scimagojr la classifica delle strutture di ricerca rispetto alla valutazione della produzione scientifica vede che in testa c’è l’Accademia delle Scienze Cinese, che ha un valore assoluto di articoli prodotti enorme rispetto agli altri. Ma se legge gli altri due parametri di impatto ed efficienza scopre che la qualità di questa istituzione è in realtà pessima. Se uno utilizzasse il primo posto per dire che i cinesi sono i migliori sarebbe allora un cialtrone… no? 😉

  2. UCLA & UNIPD alumnus ha detto:

    Se una persona avesse avuto l’opportunità o la fortuna di frequentare almeno due delle università citate, non avrebbe difficoltà a ritenere verosimile la classifica, senza dover scomodare astrusi criteri di comparazione.

  3. Pingback: Padova | ANDU

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