Una riforma epocale. Anzi, d’epoca.


Quando, nel corso della prima rapida lettura che ho dato al d.d.l. Gelmini, sono arrivato all’articolo che ridisegna la struttura della docenza ho fatto una specie di balzo (virtuale) sulla sedia. «Ma questo», mi son detto, «è l’accordo governo-sindacati del marzo 1977».

Ricorderò ai più giovani che è esistita un’epoca in Italia in cui le leggi di riforma passavano preliminarmente al vaglio dei sindacati confederati (CGIL-CISL-UIL); se questi erano d’accordo nel merito, la legge sarebbe passata in parlamento senza incidenti, altrimenti l’opposizione sarebbe stata dura e intransigente. Ebbene io ho una memoria piuttosto precisa di quell’accordo governo-sindacati del ’77 (che entro breve sarebbe dovuta diventare legge dello stato) per la semplice ragione che a quel tempo ero un precario dell’università, e mi guardavo intorno con una certa apprensione rispetto alla fine che avrei fatto alla scadenza del mio “assegno ministeriale di formazione scientifica e didattica” .

L’accordo governo-sindacati del ’77 e la “riforma” Gelmini del 2010 sono identici nel fatto che prevedono la figura del docente universitario divisa in due fasce, ordinario e associato, con carriere differenziate ma stessi obblighi didattici e nel fatto che istituzionalizzano la figura del docente in formazione sotto forma di contratti di lavoro a termine di durata complessiva non superiore a otto anni.

La conclusione che io traggo da questa apparentemente improbabile identità di vedute a più di 30 anni di distanza è che tutta l'”intelligentsia” italiana, di destra e di sinistra, essenzialmente tutti gli ideologi italiani che si occupano di politica universitaria, sono profondamente affezionati a questo modello di docenza: reclutamento in un ruolo “alto”, ma stratificato in due fasce, dopo un lungo apprendistato svolto in forma precaria. In fondo del resto, che cosa c’è che non va? Il modello può sembrare ragionevole: ben venga una volta tanto, si potrebbe convenire, un consenso bi-partisan di lunga durata.

Secondo me la cosa che non va, che non funzionò allora e che promette un destino infausto all’università di oggi, è che il modello non fa i conti con la realtà dei fatti. In Italia tendiamo a fare le leggi sulla base di principi assoluti e perfetti (poi, si sa, l’uomo è imperfetto e peccatore, e bisogna quindi provvedere in seguito con interpretazioni, aggiustamenti e quant’altro in manovre di bassa politica). E la realtà dei fatti è, oggi come allora, che c’è una grossa proporzione di precari che fanno già parte a tutti gli effetti del corpo docente, e che non si sa (sapeva) che fine devono (dovevano) fare. Nel 1980 il legislatore prese atto, alla fine, che i precari dovevano essere sistemati in ruolo, perchè non si poteva pensare che circa un terzo del corpo docente, precario ma con una anzianità media di 6-7 anni, potesse essere assorbita in tempi ragionevoli tramite concorso nella neo-figura del professore associato. Però questa sistemazione comprometteva l’impianto della tanto discussa e finalmente concordata riforma, ragione per cui fu istituito “provvisoriamente” il ruolo del ricercatore, separato rispetto a quello del professore universitario. I ricercatori in ruolo oggi, compresi quelli reclutati più recentemente, stanno ancora pagando quel peccato originale, con la mancanza di uno stato giuridico e con il mancato riconoscimento formale della docenza.

Il d.d.l. Gelmini attua la vendetta finale: il ruolo del ricercatore viene messo ad esaurimento (provvedimento in effetti già anticipato dalla legge Moratti del 2005, che però lo rimandava al 2013). E che fine fanno oggi, nelle intenzioni del legislatore, gli attuali precari? Bè, sostanzialmente per loro non ci sono risorse e non c’è posto. I posti promessi di professore associato nei prossimi 5 anni (su cui però il ministro Tremonti ha obiettato che non c’è copertura finanziaria) non possono nemmeno soddisfare le legittime aspettative di carriera degli attuali ricercatori.

E questa è quella che chiamano “riforma epocale”, e sulla quale sono tutti d’accordo (anche, nemmeno tanto sotto sotto, i partiti di opposizione).

Requiem per l’università pubblica.

Nota. Il quotidiano La Stampa ha messo online il suo archivio storico (http://www.archiviolastampa.it/component/option,com_frontpage/Itemid,1/); l’articolo mostrato nello screenshot in figura è del 23 marzo 1977.

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13 risposte a Una riforma epocale. Anzi, d’epoca.

  1. simocapa ha detto:

    Dal post del collega ci sono spunti per almeno due riflessioni:

    A) quella che viene propagandata come riforma innovativa ed epocale e’ in realta’, almeno per quanto riguarda stato della docenza e reclutamento, una riproposizione di vecchie ricette, ormai stantie e scadute. Roba di 33 anni fa. Sarebbero meno “Vintage” i pantaloni a zampa di elefante e la carta da parati a rombi, di questa schifezza.

    B) quello che e’ peggio, e’ che Silvano ci ricorda che questa ricetta non funziono’ per niente nel 1977, e sopratutto perche’ gia’ allora la enorme massa di precari rendeva velleitaria una tale riforma, tanto che la non applicabilita’ della stessa porto’ poi alla legge 382/1980, quella della famosa ope legis e della creazione della fascia dei ricercatori.

    Adesso una riforma del genere, a parte il fatto di non essere al passo con i tempi, e’ ancora di piu’ velleitaria ed inapplicabile: ci sono i precari come allora e, in piu’, i ricercatori a tempo indeterminato, che sono circa un terzo del personale di ruolo e che vengono messi ad easurimento. Aggiungiamoci la riduzione delle risorse e la frittata e’ fatta.

    Il commento di Maria Stella Gelmini alle manifestazioni di ieri e’ stato:
    “Vecchi slogan di chi non vuole mai cambiare”.
    A me sembra che di vecchio, anzi di stantio, qua ci siano solo le sue riforme (ricordate l’innovativo “maestro unico” alle elementari?) e che chi protesta voglia solo scongiurare che sull’Università si abbatta l’ennesima contro-riforma fatta con la testa rivolta al passato e gli occhi chiusi sul presente.

  2. Silvia Morelli ha detto:

    Il collega prospetta una convergenza d’intenti a dir poco inquietante. Come è possibile che i politici delle opposizioni “più anziani” non abbiano colto questo aspetto?

  3. Regina Pozzi ha detto:

    L’intervento di Presciuttini richiama l’attenzione sul “peccato originale” che grava sulla figura del ricercatore; rincarando la dose, aggiungo che la L. 382 ha creato una figura “anomala” che non trova riscontro, a mia conoscenza, in altre organizzazioni universitarie. La realtà però è prevalsa sulla lettera della legge. Nei fatti l’università italiana si avvale di loro come docenti almeno a partire dalla legge del 1990 sulla riforma degli ordinamenti didattici. A mio parere ciò andrebbe formalmente sancito riconoscendo loro il ruolo di docenti a pieno titolo (sia pure prevedendo verifiche dell’attività sia scientifica che didattica dei singoli).

  4. Rm Bozzi ha detto:

    E’ pazzesco!
    Ci stanno vendendo merce avariata per sopraffina.
    Merda per cioccolata.
    E tutti quei Soloni che dicono di apprezzare l’innovatività della riforma…..

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  7. unimediapisa ha detto:

    Segnalo che, proprio ieri, il DDL e’ cambiato, in peggio: vedere
    http://tinyurl.com/22pcw9b
    o anche a pg. 7 di
    http://tinyurl.com/295kjoe

    Sembra che i deputati FLI sian rientrati nei ranghi (hic sunt peones) e che la maggioranza abbia affossato diversi emendamenti che aveva proposto in commissione cultura, per esempio:

    – eliminazione del ripristino degli scatti di anzianità per i giovani
    ricercatori sbandierato dalla Gelmini in tante televisioni (art. 5 bis del
    testo approvato in commissione Cultura)

    – nei passaggi di livello eliminazione dell’aggancio alla classe quarta per
    la rivalutazione iniziale che era stato introdotto a parziale compensazione
    della mancata ricostruzione di carriera (art. 8, comma 3, lettera b)

    – definanziamento della retribuzione integrativa per i ricercatori che
    svolgono didattica o attività gestionali (art. 9 comma 01)

    – ammissione che non si tratta di una vera *tenure track* poiché la conferma
    di ruolo è condizionata con norma esplicita alla disponibilità delle risorse
    (art. 21,comma 5)

    – mancato riconoscimento delle prestazioni dei contratti a tempo determinato
    ai fini del trattamento di quiescenza e previdenza (art. 25, comma 10quater)

    – cancellazione della norma relativa ai concorsi per associato che non ha
    copertura finché non viene approvata al Senato la legge di stabilità.

  8. Giovanni Federico ha detto:

    L’articolo esemplifica perfettamente il problema dell’università italiana dal 1973 ad oggi: il compito dell’università è occupare i precari e far far carriera agli insiders (ricercatori ed associati). Quindi le risorse non saranno mai sufficienti.

    • silvanopresciuttini ha detto:

      Occupare i precari e far far carriera agli insider è certamente uno dei compiti di qualsiasi sistema universitario. Però prima di dire che in Italia questo è stato “il” compito dell’università, io farei un confronto di quante risorse l’Italia destina al personale universitario rispetto agli altri paesi.

    • carcar ha detto:

      Compito dell’universita’ e’ anche fare ricerca.

      Se vogliamo misurare il rapporto costi benefici dobbiamo tenere in conto tutti i parametri significativi: per fare un esempio estremo nessuno giudicherebbe l’efficienza del MIT sulla base del rapporto studenti/docenti. Anzi: in genere un basso rapporto studenti/docenti viene spacciato come sinonimo di qualita’ della didattica: si veda questa risposta dell’ufficio stampa della LUISS ad un post di FSL
      http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/03/luiss-e-classifiche-internazionali/75024/

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