Sull’intervento di Silvano Presciuttini


di Paolo Gianni (CNU)

L’intervento di Presciuttini sui contenuti della riforma dell’Università mi ha suggerito alcune considerazioni. Anch’io ho vissuto le esperienze degli anni settanta, ma francamente non mi è rimasto impresso l’accordo governo-sindacati di cui si parla.
È vero che i sindacati, allora, contavano molto di più che ora; ma erano anche capaci di guardare avanti molto più di quanto non riescano a fare adesso.  Ciò che mi è rimasto impresso di quel periodo è la faticosa rincorsa verso una legge che riconoscesse la valorizzazione dell’attività di “ricerca”, la democrazia degli organi di governo, la sostanziale parità di funzioni delle figure docenti. L’accettazione del dualismo associati-ordinari non sminuisce la portata storica della L.28/1980, e del conseguente DPR 382.

I contenuti del DDL Gelmini mi suggeriscono invece un buon parallelismo con la situazione di fatto dell’università degli anni ’70. Si tende infatti a realizzare una università con pochi professori che detengono tutto il potere, un ruolo gonfiato e dequalificato di professori associati che ricorda gli assistenti di allora, un percorso di formazione dei nuovi docenti nell’ambito di figure tuttora ricattabili, una didattica affidata in gran parte ancora una volta a personale non di ruolo.  Se a ciò aggiungiamo che le tanto strombazzate norme meritocratiche per il reclutamento dei nuovi professori continueranno a permettere ai singoli atenei di chiamare chi gli pare, ci rendiamo conto che di veramente nuovo c’è ben poco.

Mi chiedo anch’io se non sarebbe l’ora di permettere  apertamente agli atenei di chiamare chi vogliono, senza alcun concorso nazionale, responsabilizzandoli nella scelta, e punendoli a posteriori dopo una valutazione del loro rendimento. E’ vero che un tale meccanismo per essere efficace richiede tempi molto lunghi, e anche un cambio di mentalità dell’intero corpo docente che non può essere che lento nonostante il confronto internazionale. Ma la mia impressione è che abbiamo poco da perdere, in quanto anche con le norme del DDL, così come con quelle attualmente in vigore, gli atenei comunque chiamerebbero chi vogliono perlomeno nel 95% dei casi.  Un ulteriore controllo della selezione di pochi punti percentuali sarebbe ampiamente compensato dalla possibilità di individuare più direttamente le responsabilità delle scelte, dal risparmio di tempo e denaro per lo svolgimento dei concorsi, dall’inizio di un percorso che comunque, o prima o poi, innescherebbe un   feed-back virtuoso.

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Informazioni su cristina cassina

Ricercatrice di Storia delle Dottrine politiche, Università di Pisa
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Una risposta a Sull’intervento di Silvano Presciuttini

  1. simocapa ha detto:

    Caro Paolo,
    è certo vero che a ispirare la 382 ci fossero quei principi (“una legge che riconoscesse la valorizzazione dell’attività di “ricerca”, la democrazia degli organi di governo, la sostanziale parità di funzioni delle figure docenti….”) ma è pur vero che l’applicazione della legge stessa non è che sia stata perfetta.
    Questa mia osservazione è volutamente provocatoria e spesso viene usata dai promotori della riforma: se non c’è democrazia reale, allora ben venga la nuova “governance” autoritaria; se l’attività di ricerca non è valorizzata, allora riserviamola solo a pochi centri di eccellenza……
    Insomma ……ci invitano a tornare proprio a quella università anni 70 pre-382, quella sì che era moderna!
    Cordiali saluti
    Simone

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