L’ospitalità è sacra anche nei CdA?


Come molti ormai sanno, uno degli aspetti più criticati del disegno di legge presentato dal ministro Gelmini riguarda la direzione (oggi va di moda chiamarla governance) degli atenei.

Finora il massimo organo decisionale nelle università è stato il senato accademico, che delibera sulle questioni di indirizzo della vita dell’ateneo. Tale organo non ha comunque il potere assoluto, perché le decisioni che riguardano aspetti economici e di bilancio devono avere l’avallo del consiglio di amministrazione, che tiene i cordoni della borsa.

Date le sue importanti funzioni il senato accademico è composto da numerose figure, differenziate tra di loro, ma tutte provenienti dai ranghi dell’ateneo.

La proposta contenuta nel DDL spodesta il senato accademico dal ponte di comando, e demanda tutti i poteri ad un consiglio di amministrazione composto da undici membri (dieci per gli atenei più piccoli) all’interno del quale almeno tre devono provenire dal mondo extra-accademico. In particolare, citando il testo del DDL, dovrebbe trattarsi di “personalità italiane o straniere in possesso di comprovata competenza in campo gestionale ovvero di un’esperienza professionale di alto livello con una necessaria attenzione alla qualificazione scientifica culturale”.

Aprire la porta della stanza dei bottoni degli atenei a questo tipo di persone suscita molti dubbi.
Il primo, probabilmente riguarda l’esistenza, per lo meno in Italia, di figure come quelle descritte. Dopo decenni di dolorosa separazione e disinteresse reciproco tra il mondo della formazione universitaria ed il mondo del lavoro in generale e dell’impresa in particolare, dove potranno annidarsi questi personaggi illuminati, attenti alla qualificazione scientifica e culturale?

Un altro problema non da poco sorge subito dopo: ma cosa è la “qualificazione scientifica e culturale”? Finché se ne parla appoggiati al bancone di un bar, immaginarselo tutto sommato non è troppo difficile: deve trattarsi di gente in gamba. Quando poi però si arriva alla necessità di valutare in concreto se una singola e specifica persona va bene o no per l’incarico, e soprattutto se va meglio o peggio di qualche altra, allora la faccenda si fa complessa, e il testo del DDL non aiuta visto che non contiene assolutamente nessuna indicazione in merito.

Sarebbero comunque tutte rose e fiori se, purtroppo, non si trattasse anche di dover capire se l’ingresso di questi personaggi al timone degli atenei non si tramuterebbe automaticamente nello sfondamento dei bastioni universitari da parte dell’orda di barbari speculatori che ormai appesta i mercati e la vita degli italiani.

Una indicazione in tal senso sembra essere l’articolo in cui si dice che: “L’Agenzia del Demanio trasferisce alle università statali la proprietà dei beni immobili già in uso alle medesime”. Molti atenei italiani sono cresciuti nel cuore di città d’arte, o ai margini di grandi città su ampi spazi la cui destinazione può essere cambiata con un tratto di penna da amministrazioni compiacenti. Si sta quindi parlando di un patrimonio immobiliare di enorme valore, sul quale sarebbe possibile attuare speculazioni colossali, se andasse in mano a faccendieri con pochi scrupoli.

Questo timore è purtroppo giustificato dalle recenti e meno recenti vicende dell’imprenditoria e della finanza italiana, e va purtroppo inevitabilmente a deprimere gli entusiasmi di chi da molto tempo, in buona fede, auspica una interazione vera e forte tra università e mondo del lavoro.

Le ragioni a supporto di tale collaborazione sarebbero in effetti più di una. Tale collegamento sarebbe potenzialmente in grado di fornire informazioni importanti a chi ha il compito di organizzare una didattica capace di procurare un buon futuro agli studenti. In questo caso infatti non si tratterebbe del futuro lontano (e importantissimo) della ricerca di base ma, specie per chi vuole lavorare dopo una laurea triennale, di un domani abbastanza vicino e quindi legato a necessità note a imprese ed enti pubblici.

Un maggiore contatto con il tessuto economico, locale e non, sarebbe poi utile a far meglio percepire e cogliere tutte le occasioni che si aprono al finanziamento di iniziative comuni tra università ed impresa, ed a generarne di nuove. Grazie alla sempre maggiore apertura verso orizzonti internazionali dei diversi soggetti presenti sul mercato, sarebbe poi più facile trovare significative occasioni di collaborazione con partner esteri, con il risultato di poter accedere più facilmente anche all’interessantissimo bacino dei fondi comunitari, che vede nella internazionalità dei gruppi di lavoro una condizione imprescindibile.

Tale contatto potrebbe forse anche propiziare il passaggio per il mondo industriale ed imprenditoriale da una cultura statica, di difesa strenua delle proprie posizioni acquisite, ad una visione più ampia, che riporti le persone al centro della scena del lavoro e che rimetta in funzione una vera circolazione delle idee riguardo al cosa fare ed al come farlo.

Per non parlare di tutti i vantaggi che per il sistema nazione ci sarebbero nell’avere due componenti fondamentali della propria struttura, e cioè il sistema economico e quello formativo e culturale, che smettono di guardarsi in cagnesco e finalmente collaborano per un obiettivo comune.

Libro dei sogni o sguardo sul futuro? In ogni caso sarebbe necessario riflettere molto di più, coinvolgendo molte più persone rispetto a quanto è stato fatto, per capire qual è il clima reale, perché certe porte, una volta aperte, non si possono richiudere più.

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