Numeri che contano


di Giuseppe De Nicolao – Università di Pavia

Il DdL Gelmini è sostenuto non solo dalla stampa di tendenza filogovernativa più spinta ma anche da una vasta parte di quella di area moderata; il motivo è che in genere si dà per scontato che ci siano troppi professori universitari e, più in generale, una spesa universitaria fuori controllo a causa di un’eccessiva offerta didattica.
Tuttavia, dati alla mano, questa premessa sembra essere infondata: vediamo perché. Per avere una risposta, il quadro più completo ed affidabile dei sistemi formativi nazionali è quello messo a nostra disposizione dall’OCSE che che pubblica le sue statistiche nel rapporto annuale “Education at a Glance 2010” (qua il testo integrale in formato .pdf). Un’altra fonte di dati è una recente indagine condotta dal Dipartimento di Studi del Lavoro e del Welfare dell’Università degli Studi di Milano, apparsa nel libro “Malata e denigrata : l’universita italiana a confronto con l’Europa” (a  cura di M. Regini, Roma, Donzelli 2009) e presentata anche in un articolo su Lavoce.info. Sulla base di questa documentazione, proviamo a rispondere ad alcune domande che riguardano l’università italiana.

Troppi Professori e troppa spesa per l’Università?

I tagli all’Università e molti aspetti del DdL Gelmini mettono a rischio il futuro del paese perché la spesa Italiana per la formazione universitaria è già drammaticamente più bassa che negli altri paesi sviluppati. Forniamo alcuni dati. L’Italia è una delle nazioni con il più alto rapporto studenti/docenti (“ratio of students to teaching staff”):

19.5 in Italia
15.8 la media OCSE
15.4 la media EU19

Su 29 nazioni considerate dall’OCSE, solamente Cile, Turchia e Slovenia hanno un rapporto studenti/docenti maggiore dell’Italia [“Education at a Glance 2010” – OECD Indicators, Tabella D2.2, pag. 387].

E’ bene ricordare che il conteggio degli studenti universitari italiani è stato oggetto di una controversia originata dalla correzione introdotta da Francesco Perotti nel suo libro L’Università Truccata (Einaudi, 2008): per tener conto degli studenti fuori corso, Perotti moltiplica il dato OCSE per un fattore 0.483, relativo all’anno 2003, che dovrebbe convertire gli studenti iscritti in studenti equivalenti a tempo pieno. Come fonte per il fattore moltiplicativo, Perotti indica il MIUR, ma senza fornire un riferimento verificabile. Senza entrare in ulteriori dettagli basti osservare che la correzione  ad-hoc dei dati OCSE, effettuata su una sola nazione, oltre che essere discutibile, rende improponibile i confronti con le altre nazioni e con la media OCSE.

In ogni caso, esiste un indicatore che è insensibile alla percentuale di fuori corso: si tratta della spesa per studente, calcolata cumulativamente nel corso della sua carriera. Infatti, come precisato dall’OCSE:

“Austria and Italy: No distinction is made between part-time and full-time studies at the university level. However, for expenditure over the duration of studies the effect balances out, since reporting  part-time students as full-time students leads both to an underestimate of annual expenditure and to an  overestimate of the duration of studies.”

In quanto a spesa cumulativa per studente, l’Italia si colloca al sedicesimo posto su 24 nazioni considerate [Education at a Glance 2010 – OECD Indicators, Tabella B1.3b, pag. 205].

Infine, anche a livello aggregato, la spesa Italiana per la formazione universitaria è una delle più basse tra i paesi OCSE. Infatti, la spesa per formazione universitaria, calcolata in percentuale sul PIL, vede l’Italia al penultimo posto (a pari merito con altre due nazioni) su 33 nazioni considerate [Education at a Glance 2010 – OECD Indicators, Tabella B2.2, pag. 218].

Troppi corsi di studio e troppe Università?

Se operiamo un confronto con altre nazioni, l’affermazione che in Italia ci siano troppi corsi di studio si rivela quanto meno discutibile. Numero di corsi di studio per milione di abitanti:

72.8/milione in Spagna (sottostimato non considerando le università private, [1/3 del totale])
77.4/milione in Francia (sottostimato perché mancano i dati sui corsi nelle Grandes Ecoles)
101.4/milione in Italia (sovrastimato comprendendo 29 corsi anteriori all’introduzione del “3+2”)
107.2/milione nei Paesi Bassi
154.1/milione in Germania (sottostimato perché calcolato considerando solo i corsi universitari)
610.0/milione nel Regno Unito (sovrastimato perché al posto dei corsi considera una stima dei cosiddetti “programmes”, più o meno equivalenti agli indirizzi).

Anche l’affermazione che in Italia ci siano troppe Università si rivela quanto meno discutibile. Numero di Università e altri istituti terziari per milione di abitanti:

1.6/milione in Italia (61 Università statali + 6 scuole superiori + 26 non statali [10 telematiche])
1.7/milione in Spagna (75 Università di cui 25 private)
2.3/milione nel Regno Unito (117 Università + 24 Colleges of Higher Education)
3.4/milione nei Paesi Bassi (14 Università + 41 Hogescholen)
3.9/milione in Germania (104 Università + 184 Fachhocschulen + 103 altre scuole superiori)
8.4/milione in Francia (83 Università + 444 Grandes Ecoles)
14.5/milione negli USA (4314 totali di cui: 2.629 con corsi quadriennali, 1.685 college biennali, 622 con dottorato, 2.626 privati).

Troppi laureati?

Se consideriamo la percentuale di popolazione tra i 25 e 34 anni che ha conseguito una formazione universitaria, l’Italia si colloca al trentesimo posto su 36 nazioni considerate. Dietro di noi solo: Messico, Austria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Turchia, Brasile [“Education at a Glance 2010” – OECD Indicators, Chart A1.1, pag. 26].

Un’Università quasi gratuita?

Gli opinionisti che parlano di “università quasi gratuita” (si veda, ad esempo, questo articolo del Prof. Giavazzi) sono contraddetti dall’OCSE:

“Among the EU19 countries for which data are available, only Italy, the Netherlands, Portugal and the United Kingdom have annual tuition fees that represent more than USD 1100 per full-time student.” [Education at a Glance 2010 – OECD Indicators, pag. 244].

Scendendo nel dettaglio, nel 2006/07, tra 14 nazioni considerate, L’Italia si colloca sesta come tasse universitarie, ma ultima come percentuale di studenti beneficiari di contributi per diritto allo studio (borse o prestiti) [Education at a Glance 2010 – OECD Indicators, Chart B5.3, pag. 252].

Quale futuro?

Dall’esame dei numeri appare chiara l’urgenza di un piano di investimento nella formazione universitaria. Al contrario, sotto il pretesto del recupero di efficienza, vengono perseguite politiche il cui effetto principale è comprimere ulteriormente la spesa per le università statali anche a costo di ridurre il numero di laureati, già molto basso. Sono politiche incompatibili con un modello di sviluppo che miri a promuovere la competitività delle imprese nei settori tecnologicamente avanzati e la creazione di posti di lavoro qualificati. Non meno importante del mancato investimento nella formazione tecnica, scientifica ed economica, è la rinuncia alla difesa e alla promozione dell’arte e della cultura, elementi imprescindibili per il progresso morale del paese e la difesa del suo patrimonio artistico.

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2 risposte a Numeri che contano

  1. robertobruni ha detto:

    Se uno riprende dati sbagliati senza verificarli e costruisce ragionamenti inconsistenti a sostegno di una sua opinione, poi fa una brutta figura e diventa meno attendibile (anche se non necessariamente la sua opinione viene invalidata).

    Se uno si accorge che i dati sono sbagliati e non rivede il proprio ragionamento, emerge il sospetto che sia in malafede.

    Ma se uno i dati li “tarocca” a sostegno della sua opinione come fa a rimanere credibile?
    Ma perché quando certi opinionisti parlano a ruota libera non c’è mai nessuno che possa/sappia contestarne le tesi?

  2. Pingback: Il mondo di Martone « Sociologico

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