La protesta, tra realtà e finzione.


Antefatto: sabato 11 dicembre, al teatro Verdi – prima del «Malato immaginario» (con la regia di Gabriele Lavia) – Francesca e Silvia, matricole, hanno dato vita ad un fuori-programma recitando un breve dialogo ispirato alle vicende legate al cosiddetto DDL Gelmini. Il testo sfruttava sapientemente il registro teatrale e non ha lasciato indifferente il pubblico; anzi, ha suscitato vivaci reazioni (di segno opposto, com’è ovvio). Era anche in programma una ‘replica’, che però non c’è stata: le protagoniste hanno scritto una lettera per spiegare il perché, e questo articolo è un adattamento della loro lettera.


Perché non siamo tornate sul palcoscenico del Verdi

di Silvia D’Amato Avanzi


Dopo il successo, dato che così possiamo chiamarlo, della lettura dal palco del Teatro Verdi di sabato 11, era nei nostri piani di preparare qualcosa di almeno altrettanto buono per lo scorso sabato 18, occasione in cui il pubblico sarebbe stato quello di un’opera – verosimilmente il più lontano dall’interesse per la causa della scuola pubblica. Tuttavia, alcuni eventi sono occorsi a farci cambiare idea.

Prima di tutto, quanto accaduto alla manifestazione di Roma, dove ero presente. Là è stato fatto del male da tutte (più che “entrambe”) le parti, e personalmente mi sarei sentita in dovere di accennarvi nel testo, quale che fosse, che avrei letto o recitato in teatro. Quel che ho visto sono stati gruppi di facinorosi, non pochi ma comunque in netta minoranza rispetto alla totalità degli studenti, scagliarsi gratuitamente contro cose e persone che potessero ipoteticamente rappresentare il nemico: automobili, banche, uomini in divisa, eccetera; i disordini sono esplosi alla notizia della fiducia, ma qualche atto di violenza ha avuto luogo già prima. L’immediata conseguenza è stata una escalation di tensione sfociata in guerriglia urbana: il sostegno ai violenti da parte di una fetta consistente (ma ancora ben lontana dalla maggioranza) dei manifestanti, la risposta tendenzialmente indiscriminata (cariche anche con mezzi motorizzati, lacrimogeni, manganellate assestate alla cieca, etc.) delle forze dell’ordine. Se da parte di queste ultime vi siano state cariche arbitrarie, di persona non l’ho visto (ma sono bassa e tutt’altro che ubiqua, perciò non posso nemmeno escluderlo). Quel che era evidente è che c’erano almeno tre gruppi di violenti: quelli partiti da casa con l’idea che attaccare la polizia e forzare i blocchi alla “zona rossa” fosse il modo giusto e legittimo di sostenere la propria idea contro l’oppressione del governo e le limitazioni alla libertà di manifestare (molte delle parole appena usate andrebbero tra virgolette); quelli che approfittavano della situazione per fare più casino possibile (cfr. violenti da stadio); forse anche gli infiltrati (ma quasi quasi non ce n’era bisogno). Immagino che quelli unitisi al corteo in un secondo tempo, arrivati in formazione, “ben travisati” come direbbe Manzoni e opportunamente equipaggiati, si dividano tra le ultime due categorie (parlavano romanesco stretto e attaccavano le camionette al grido «Roma libera»).

Alla fine dei giochi, i fermati dalla polizia erano prevalentemente persone che non avevano fatto niente (se non urlato di smettere di pestare i compagni), tutti a volto scoperto e disarmati, prese solo perché non erano scappate; non scappate solo perché non avevano fatto nulla di male. Queste persone sono state pestate (nelle camionette a porte chiuse), molestate e sbattute in una cella deliberatamente fredda (finestra aperta) per la notte; dopo il primo processo sono state rilasciate per ricomparire davanti alla corte a metà febbraio, con accuse che vanno da “resistenza a pubblico ufficiale” a cose incredibili come “lancio di bomba carta”. Cose incredibili per chi, come me, conosce queste persone. In quanto avete appena letto, quel che non è cronaca di giornale l’ho visto coi miei occhi o l’ho ascoltato a sera da chi alla manifestazione era con me finché i disordini non ci hanno separati. I più di noi, per quanto furiosi contro la reazione delle forze dell’ordine, disapprovavano la violenza dei manifestanti “provocatori” e hanno cercato di allontanarsi, alcuni con maggior fortuna di altri. Se così non è stato, qualcuno deve avermi ipnotizzata sulla via del ritorno.

Quel che sento o leggo però dalle fonti ufficiali degli studenti, due giorni dopo, è spaventosamente diverso. Si comincia dagli studenti che pontificano ad Annozero, ma che divagano di fronte all’invito a prendere una posizione rispetto agli atti violenti di Roma: parlano invece di rabbia di tutto il movimento, da tutto il movimento così manifestata data la sordità del governo che l’ha causata. Distribuiscono la violenza su tutti noi, tra l’altro cancellando d’un colpo lo svolgersi pacifico dei cortei mattutini. Di fronte a questa narrazione, viene da chiedersi se loro, che discutono tranquilli in televisione, il 14 fossero in piazza con casco, bavero alzato e spranga d’ordinanza.

Tra il fatto che loro sono lì, mentre degli innocenti subiscono violenze e persecuzione legale al posto loro, e il modo in cui Santoro fa il loro gioco (perché, anche per vocazione del programma, nelle dispute è un conduttore in senso letterale: più che un moderatore, un orchestratore squisitamente tendenzioso), sono già sufficientemente furibonda; e così anche le altre persone che con me dovevano intervenire in teatro.

Il giorno successivo, testate cartacee e virtuali riportano la stessa linea di pensiero da parte di tutte le voci ufficiali studentesche, la stessa viene riportata anche da Travaglio sul Fatto Quotidiano; la sento rimbalzare anche da persone che conosco e che credevo non avessero partecipato alla manifestazione… invece c’erano, nascoste sotto il casco. È allora chiaro che, dopo un paio di giorni per elaborarla da parte di alcuni e fagocitarla da parte di molti, la linea di pensiero prevalentemente espressa è quella che distribuisce la responsabilità delle violenze su tutto il corteo, parla di pressione da parte del governo ingiusto e sordo, di inevitabile sfogo di rabbia; insomma fa del torto di pochi la ragione di tutti. Avviene una cosa che scrivendo la “riflessione” già letta in teatro, che con voi ho condiviso, nemmeno nel più acuto attacco di febbre retorica avrei immaginato: a strumentalizzare gli studenti sono altri studenti.

Questa è una cosa che mi ha abbattuta profondamente; faceva parte del gioco che il governo ci strumentalizzasse, ma non avrei voluto dovermi aspettare la strumentalizzazione da parte di altri studenti. Mi basta parlare con i miei compagni (in senso scolastico) per essere certa che quella della generalizzazione e giustificazione della violenza non è una posizione maggioritaria tra chi protesta; ma i giustificazionisti usano facili slogan, adatti per essere urlati e, come dice un mio amico, «la maggioranza è chi urla più forte».

A parte lo sconforto e il disgusto, ammesso di poterli mettere da parte, non saremmo mai saliti sul palco per parlare a quel modo dei fatti di Roma, ma parimenti non potevamo salirvi per sostenere il contrario a nome di tutti – soprattutto se quei tutti, per opera di alcuni, paiono sostenere attraverso i media quanto già detto. Di conseguenza, nel pomeriggio di sabato, abbiamo telefonato al teatro Verdi per avvertire che quella sera non avremmo letto nulla e per spiegare brevemente queste nostre ragioni.

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Informazioni su carcar

Ricercatore presso il Dipartimento di Matematica dell'Universita' di Pisa
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3 risposte a La protesta, tra realtà e finzione.

  1. Silvia Morelli ha detto:

    La risposta della maggior parte degli studenti, dopo la giornata del 14 dicembre, è stata molto pacifica: sono andati tra la gente, hanno consegnato “regali”, hanno reso omaggio all’operaio morto cadendo dai ponteggi alla Sapienza, ecc. Forse questa, come altre iniziative in tante altre città, è stata la dimostrazione dello spirito autentico del movimento nato nel 2010. Peccato non averlo potuto sottolineare, con parole vostre, al pubblico del teatro Verdi.

  2. carcar ha detto:

    Peccato che sul palcoscenico mediatico i “violenti” abbiano sempre uno spazio sproporzionato … Ed anche nei salottini televisivi si sentono solo le voci di chi giustifica la violenza.

    A questo proposito (riguardando Annozero) la mia impressione e’ stata lievemente diversa rispetto a quello che ci racconta Silvia: gli studenti che nel salottino di Santoro si atteggiavano a professori della rivolta mi ricordano piuttosto il Rock di Capitan Uncino.

  3. simocapa ha detto:

    Cara Silvia, non devi demoralizzarti!
    Coloro i quali nella e con la violenza giocano sono per fortuna in pochi, anche se hanno un fascino perverso su troppi altri.
    Che la maggioranza (numerica ma anche morale) degli studenti fosse del tuo stesso avviso lo si è visto nei giorni successivi, per es. con la giornata del 23 dicembre 2010, quando hanno deciso di portare la protesta lontano dai palazzi del potere, ma fra la gente. Lo stesso è accaduto a Pisa: ho visto bellissime “rappresentazioni teatrali” fatte da studenti in Corso Italia, per spiegare le ragioni della protesta. I passanti, intenti nello shopping natalizio, si fermavano e applaudivano, convinti e per niente infastiditi. Hanno fatto più quelle manifestazioni che tanti bancomat spaccati, che, diciamocela tutta, oltre che manifestazioni di vandalismo sono anche manifestazioni di pigrizia mentale (gli atti di vandalismo sui bancomat sono vecchi come i bancomat stessi… ormai il grande capitale si sviluppa on-line, al bancomat a prendere il contante vanno solo vecchiette, casalinghe e studenti).
    Gli studenti si sono resi visibili quindi, ma senza accettare una sfida perversa, quella della violenza, che porta sempre alla sconfitta.
    Non è un caso che un’altra vittima dei sanguinosi fatti del 2001 del G8 di Genova, oltre a Carlo Giluliani, sia stato quel bel movimento variegato e plurale che diceva no al neo-liberismo e a questo tipo di globalizzazione (che rende libere di circolare le merci, non le persone). Quel movimento plurale, che teneva dentro tutti, da Rete Lilliput a Libera, dai Cobas e FIOM ai disobbedienti, morì a Genova o, almeno, morì la sua parte di massa e non violenta. E questo perchè a Genova tutto venne inquinato dalla violenza. Le responsabilità delle forze dell’ordine in quell’escalation di violenza sono poi emerse, ma chi crede davvero che i black block fossero tutti dei provocatori infiltrati? Ci fu, allora come adesso, qualcuno nel movimento che alla sirena della violenza cedette, con il risultato di allontanare tutti gli altri.
    I movimenti sono rimasti tutti vivi (qualcuno dei suoi esponenti è poi salito fino in parlamento), ma ognuno separato nella sua piazza, e perciò più debole. Sopratutto morì l’idea nell’opinione pubblica che si può essere radicale senza essere violento. Con il corollario squallido che o chini la testa e ti allinei al pensiero unico o devi ritagliarti uno spazio antagonista e violento. Per carità, non si può generalizzare. Ci sono molti esempi, alcuni splendidi anche a Pisa, di come si possa essere “ribelli” senza essere violenti e di come si possa fare della radicalità delle idee un percorso formativo nella convivenza civile.
    Però, purtroppo, sono casi isolati, e, sopratutto, non aggregano grandi masse.

    Io penso che possiamo imparare molto dai nostri studenti, da quelli che come Silvia hanno scelto di esserci, di manifestare il proprio pensiero, senza prevaricare o essere violenti.
    Di esigere attenzione ma senza fare un torto. Di avere il coraggio di mettersi in gioco senza mettere in gioco il bene comune della convivenza civile.
    Che grande lezione ci hanno impartito!
    Brave! Bravi!
    Non a caso Elsa Morante parlava di “un mondo salvato dai ragazzini”
    e diceva di preferire la loro amicizia “perché questi sono i soli che
    si interessano alle cose serie e importanti. Gli adulti, in massima parte, si
    occupano di roba trita e senza valore”.

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