Il presepe vivente


Da qualche giorno alcuni giornali ospitano pezzi di articolisti in vena di nostalgie. L’oggetto di tale nobile sentimento è apparentemente assai poco poetico, ma evidentemente è in grado di sviluppare un certo fascino. Stiamo parlando del «mercato del lavoro».
Il mercato del lavoro, in sintesi, si dice essere stato depauperato della propria componente più schiettamente artigianale e romanticamente manuale, da una serie di intellettuali da strapazzo, che hanno turlupinato le masse, indicando loro come obiettivo di benessere un compulsivo accumulo di vuote conoscenze e nozioni accademiche e teoriche.
Aedo di questa ballata ormai ripetuta in modo abbastanza ossessivo è addirittura il nostro Ministro del Welfare, Maurizio Sacconi,

che, come riportato su Repubblica.it del 27 dicembre 2010, afferma: «[i giovani] sono certamente particolarmente esposti alla disoccupazione soprattutto perché pagano il conto di cattivi maestri […] che li hanno condotti a competenze che non sono richieste dal mercato del lavoro».

Verrebbe spontaneo controbattere immediatamente con il più ovvio degli argomenti: la formazione culturale di una persona non serve solo per trovare lavoro, ma serve per vivere meglio, per farsi capire dagli altri e per essere un cittadino migliore. Per capire quali sono i propri diritti e i propri doveri bisogna essere istruiti. Per capire la bolletta di un ente che eroga acqua o gas bisogna essere istruiti. Per usare l’informatica che bene o male comincia ad entrare nella pubblica ammnistrazione bisogna essere istruiti. Per spiegare bene i propri disturbi a un medico, o per avere a che fare con una struttura ospedaliera bisogna essere istruiti. Per poter capire il testo di una legge bisogna essere istruiti.

Ma partire così potrebbe sembrare un modo per aggirare la questione posta sul tappeto. Partiamo invece proprio dall’argomentazione di base: mancano idraulici e falegnami, e forse anche muratori. Ma è vero, prima di tutto? È proprio vero che un’ondata di nuovi artigiani abili a maneggiare pialle e chiavi inglesi sarebbe bene accetta dal nostro sistema? L’impressione che si ha guardandosi intorno è piuttosto quella contraria. La piccola impresa artigiana, al di là della retorica, ha sempre più il fiato corto. A renderle la vita difficile sono un mercato in contrazione (anche se può essere poco romantico, gli idraulici come i falegnami guadagnano bene sui grossi appalti edilizi, non sulla riparazione del lavandino della vecchietta), una concorrenza forte e una pressione fiscale elevata (che, combinate, spesso spingono i soggetti all’evasione). Basta parlare con gli operatori del settore, o con le associazioni di categoria, per capire che di romantico in giro c’è rimasto ben poco.

Il faticoso lavoro manuale non è più “di moda”, fa paura? Ma a chi? Forse a coloro che si sfiancano in due, tre lavori precari e contemporanei, sottopagati e senza nessuna tutela sociale? E si parla di pulizie, call center, vendite porta a porta, lavoro in catena di montaggio. Si pensa davvero che questa sia gente che ha problemi di fatica? Che ha paura di sporcarsi le manine?

Non sarà piuttosto che anche nel “vile” mercato del lavoro manuale, così come in mille altri campi, oggi l’approccio artigianale non paga più e non è quindi più sufficiente? Non sarà che questa è l’epoca dei centri servizi, e che chi sopravvive lo fa perché, con grandi sforzi, è proprio riuscito ad andare oltre l’approccio puramente artigianale? E questi grandi sforzi non hanno forse compreso l’opera di consulenti profumatamente pagati, o di faticose ore di studio e aggiornamento tecnico e culturale? E allora, quali sono queste professionalità che il mercato non può più assorbire? Non saranno proprio i nostri cari mastro Geppetto?

Passiamo ad altri argomenti. Il ministro dice che non si mira ad acquisire «competenze che non sono richieste dal mercato del lavoro». Ora, è noto da tempo che il mercato del lavoro non è una divinità. Le competenze che esso richiede non sono scritte su nessuna tavola di pietra, ma derivano direttamente dalle scelte sociali e politiche di uno Stato e dei sistemi di Stati. Basta guardare al sistema di finanziamento usato dalla Comunità Europea per erogare fondi alle varie nazioni. Il concetto base è quello del “programma quadro” e non è probabilmente il migliore dei metodi possibili, ma almeno è chiaro e non si nasconde dietro a un dito. Si dice: «La Comunità ha deciso che il lavoro di sviluppo per i prossimi anni dovrà essere portato avanti nei seguenti settori» e segue lista dei settori. Chi vuole fare altro se lo paga. E vengono distribuiti in questo modo miliardi di euro. Il mercato del lavoro deve essere generato e indirizzato, non subito supinamente.

E talvolta bisogna anche non pensarci nemmeno. Steve Jobs pensava alle competenze necessarie sul mercato del lavoro quando ha inventato il personal computer che nemmeno esisteva? Sabin pensava al mercato del lavoro quando ha sintetizzato il vaccino contro la poliomielite? L’elenco sarebbe troppo lungo. Fermiamoci qui.

E ripartiamo dall’affermazione che fa Stefano Zecchi, su Il Giornale.it del 29 dicembre 2010. Sembra di vederlo scuotere tristemente la testa quando afferma che «c’è ancora chi, pur figlio di nessuno, riesce ad aprirsi la strada. Ma è una piccola minoranza». La strada cui ci si riferisce è ovviamente quella rappresentata da una attività soddisfacente e ben pagata (poco prima si parlava di avvocati, ingegneri, architetti), che oggi non è più tempo sia seguita da altri che dai figli dei titolari di attività professionali ben avviate. Il primo commento è inevitabilmente: «alla faccia della fede nel merito!», ma dopo viene da chiedersi: «Ma siamo sicuri? Dove sono i dati che confermano questo fatto? Non è che si tratta solo di un bel luogo comune?» Forse ci si avvicina alla verità nei casi suddetti, dove avere alle spalle uno studio avviato è indubbiamente un gran bel vantaggio. Ma forse che nella società non esistono altri ruoli di valore? Dove sono i chirurghi, i commissari, i magistrati, i questori, i banchieri, i dirigenti di porti, aeroporti, stazioni, ospedali, i funzionari dei mille Global Service che fanno funzionare (insomma) la nostra rete stradale e autostradale, i capireparto, i responsabili del personale, gli impiegati degli uffici tecnici dei ministeri, dei comuni, delle regioni, i capi delle autority, i responsabili di bacino, gli ammiragli, i comandanti in capo, i generali, i comandanti di navi. Per non parlare degli infermieri, degli impiegati, dei vigili urbani, dei poliziotti, degli elicotteristi degli operatori sociali e umanitari, dei capimastri, dei professori, dei maestri, dei farmacisti, dei preti. Di mille altri.

Dove sono queste persone nel bel presepe del nostro ministro e dei suoi coristi? Stanno tra l’acquaiolo ed il pastore? Per ognuna di queste professioni serve avere qualcuno alle spalle? E se così fosse, non sarebbe preciso dovere di uno Stato, di un ministro, intervenire subito e con forza, piuttosto che allargare le braccia e prendere atto della situazione? E poi, forse che anche uno solo di questi lavori si può fare bene avendo una infarinatura scolastica, magari lasciata a metà per “andare a lavorare”? E la cultura informatica, la capacità di trattare con il cliente o l’utente, l’attenzione (e la competenza) rispetto ai temi della sicurezza sul lavoro? Bastano le tabelline ed un tema sul Pascoli per acquisirle? O non serve piuttosto un serio curriculum di studi?

Devono essere sempre e comunque studi universitari? Certo che no. Ma di fronte al totale definanziamento di TUTTA la scuola pubblica (compresi i tanto, giustamente, osannati istituti tecnici) non ci si può trincerare di fronte ad argomenti risibili ed offensivi prima di tutto verso chi il lavoro dolorosamente e volonterosamente lo cerca e lo fa.

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4 risposte a Il presepe vivente

  1. cristina cassina ha detto:

    A corredo dell’intervento di Franco Failli segnalo il commento di Francesca Coin, Rete 29 Aprile, all’articolo di Zecchi (o meglio, alla «sua analisi deprecabile», scrive l’autrice) pubblicato su «il Fatto quotidiano»:

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/29/il-lavoro-artigianale-di-stefano-zecchi/84032/

    Buona lettura.
    Cristina

  2. simocapa ha detto:

    Vorrei ricordare a tutti i lettori che l’argomento sollevato da questo post è molto importante in generale, ma è vitale per la società italiana. Secondo l’OCSE il nostro paese è malato di scarsa mobilità sociale (http://www.repubblica.it/economia/2010/03/03/news/figli_pap-2486444/).
    Il benessere sembra legato più alla provenienza sociale che alla formazione o alle capacità personali (http://miojob.repubblica.it/notizie-e-servizi/notizie/dettaglio/l-italia-immobile-dei-laureati-i-figli-degli-operai-guadagnano-meno/2943141).
    La cosa non riguarda solo lavoratori dipendenti o artigiani, ma persono gli imprenditori (http://www.iesindustriaesviluppo.com/2010/09/21/di-padre-in-figlio-la-successione-fa-tremare-l%E2%80%99impresa/).

    In una società di questo tipo forse ha senso vedere la formazione (non solo universitaria ovviamente) come strumento chiave per sperare in un futuro (collettivo) migliore.

    Invece ci troviamo a dover rispondere a domande tipo quella posta dal Ministro Sacconi:
    “serve ancora l’alta formazione di massa all’Italia,
    oppure va lasciata solo per un’elite ristretta e i giovani, sopratutto quelli che provengono
    da una classe sociale non abbiente, vanno indirizzati presto e senza indugio verso un lavoro manuale
    non qualificato?”.
    Questa e’ l’interpretazione che ne do io,
    poi ovviamente Sacconi la racconta meglio e non lo dice esplicitamente.
    La domanda non è tanto diversa da “ci sono troppe università in Italia?” oppure “tutta questa università e ricerca non è forse un lusso che non ci possiamo più permettere?”
    oppure “il diritto allo studio garantito dalla costituzione copre anche l’università o si ferma alla prima alfabetizzazione?”.
    Oppure “ma che serve fare ricerca se facciamo le scarpe più belle del mondo?”
    (http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/20/perche-dovremmo-pagare-uno-scienziato/72702/).

    Insomma sono tante le domande, ma tutte affini.
    Mi sorprendo che non arrivino mai le risposte, o le risposte giuste, da parte del mondo universitario.
    Ma possibile che nessuno voglia commentare su queste cose?
    O, meglio, possibile che l’unico universitario che abbia risposto al messaggio di Sacconi sia stato il prof. Zecchi? (meglio se non lo faceva!)
    E non è solo questione di questi giorni.
    Sono anni che ci dicono che in Italia ci sono troppi laureati e diplomati e che per trovare lavoro (ed essere felici) è meglio non studiare.
    Nessuno che si prenda la briga di rispondere, di confutare. Solo il nostro Franco Failli o Francesca Coin?
    Lancio il sasso nello stagno.
    Vediamo se si alzano in volo le anatre……

  3. Il ministro Sacconi enuncia una serie di luoghi comuni, conditi da un tot di castronerie, e fa impressione che un ministro della Repubblica, e del welfare (chissà poi perché abbiamo un ministero “inglese”… boh!) sostenga teorie del genere.
    E’ indubbio che in Italia manchino (anche) lavoratori manuali. Il muratore (italiano e onesto: tutto fatturato) che mi ha ristrutturato il bagno, lamentava la mancanza di giovani italiani desiderosi di imparare un mestiere nell’ambito dell’edilizia. Per altro, il muratore in oggetto è personaggio sociologicamente interessante: è colto, la madre è psicologa, legge, crede nel valore della cultura e della scuola, ha studiato e poi ha deciso che a lui piaceva tirare su case. Ha messo su una piccola impresa artigiana e lavora bene e al giusto prezzo (giuro che non voglio fargli pubblicità!). Quindi, alla faccia di Sacconi, Zecchi & C., l’ostacolo allo svolgimento di attività “artigiane” non è l’educazione. In altri paesi (credo mai visitati dai personaggi sopra citati), l’idea è che comunque, qualunque possa essere in futuro la tua professione, devi studiare e acquisire un certo bagaglio di conoscenze. Per esempio (vedi paesi scandinavi), devi saper parlare inglese anche se lavori come magazziniere. Certo, nessuno ti chiederà di conoscere Shakeaspeare a memoria, ma senz’altro sarebbe considerato sconveniente non essere neppure in grado di fornire ad uno straniero uno straccio di indicazione stradale. Per altro l’attuale livello dell’istruzione universitaria, almeno nella famigerata laurea triennale (che solo qui ti fa diventare dottore, incidentalmente) è assai più basso di quanto fosse vent’anni fa. Non conosco bene le facoltà scientifiche, ma so bene qual’è il livello delle facoltà umanistiche. “Nozioni” che per me erano ovvie (e che nessun docente si sarebbe mai sognato di non dare per scontate) sono oggi del tutto ignote. Quindi, immaginare che in una società moderna si possa sopravvivere senza avere almeno finito una scuola superiore, mi sembra pura follia.
    Per altro: la cultura, anche se non si mangia, ha alcuni simpatici effetti collaterali (ma forse per Sacconi, Zecchi & C. sono danni collaterali). Per esempio, in alcuni casi aiuta ad utilizzare meglio i neuroni; ti costringe saltuariamente a pensare; magari (orrore) ti fornisce persino un minimo di prospettiva critica.
    Sempre restando nell’ambito della critica ai laureati (troppi) nelle facoltà umanistiche: ma Sacconi sa che tra pochi anni non avremo più un archivista, un bibliotecario, un ispettore dei beni culturali degno di questo nome? Se si vuole invitare l’università ad organizzare corsi umanistici più “professionalizzanti”, va bene, se ne può discutere. In un paese con il nostro patrimonio artistico e culturale (che se messo a frutto darebbe entrare miliardarie… ma certo, se la politica non è in grado neppure di evitare i crolli a Pompei stiamo messi maluccio), non avere degli specialisti in grado di gestirlo, questo patrimonio, è come decidere di suicidarsi. Davvero pensiamo che uno spirito imprenditoriale non possa convivere con una promozione della “cultura”? Ma che idea miope hanno, del sapere, questi personaggi?
    Una piccola osservazione per Sacconi, Zecchi & C.: immagino che comunque l’idea di indirizzare i giovani verso professioni artigiane senza prendersi la briga di educarli (tanto non serve) riguardi ovviamente solo i figli dei poveracci e comunque non i loro. Immagino che Bossi non pensi di mandare il Trota a spigolare: perché mai? Non è un’aquila (per stessa ammissione del padre), ma proprio perché figlio di un potente è bene che vada a ricoprire qualche incarico ben pagato. Sacconi immagina davvero che la sua esortazione vada intesa anche per il figlio del chirurgo di grido che non ha voglia di studiare? Allora, invece di tante chiacchere vuote, diciamo pure che il Medioevo e l’Età moderna sono tornate di moda: ognuno sia contento del suo stato, Dio ha deciso chi deve comandare e chi no, non cercate di salire nella scala sociale, perché l’ordine divino ha deciso diversamente. Peccato che ad un certo punto qualcuno si è stufato di sentir cantare questo ritornello e ha deciso di risolvere il problema tagliando un po’ di teste. Devo confessare che – nonostante il mio inveterato pacifismo – ogni tanto penso che una soluzione del genere potrebbe togliere di mezzo i seplocri imbiancati alla Sacconi, che con serena ipocrisia sono riusciti, nel corso della vita, a sostenere tutto e il contrario di tutto.

  4. Complimenti per il sito web e per l’articolo , continua a tenerci informato sperando che il 2011 sia un anno migliore.
    giulio

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