Ricercatori o tennisti: H-index come ATP Ranking?


Si possono classificare gli scienziati come i tennisti? Questa domanda, un po’ provocatoria, è l’inizio di un recente articolo sul blog di Francesco Sylos Labini, che analizza la questione della valutazione dei singoli ricercatori o di un’intera struttura di ricerca in base ad un indice numerico sintetico, nel caso specifico l’H-index. L’H-index è una misura di quanti lavori di un ricercatore risultano citati (corrisponde al numero massimo N di lavori con almeno N citazioni). Come indicatore sintetico della qualità e quantità dell’attività scientifica, è senz’altro migliore del numero totale di lavori o del numero totale di citazioni (infatti non basta pubblicare molto, se nessuno ti cita, o avere pochi lavori citati moltissimo). Ovviamente ogni settore disciplinare ha una sua diversa dinamica e molti settori sono privi di database certificati (quali Web Of Science o simili) che consentano un calcolo affidabile di tale indice. Nè l’uso di Google Scholar può essere una soluzione priva di problemi, come fa notare Sylos Labini in un altro post dal titolo “Come ti divento uno scienziato citato”. Il contributo di Sylos Labini “Scienziati e tennisti” contiene, per correttezza, anche la posizione opposta di Mauro degli Esposti e del gruppo Via-Academy, che ha recentemente lanciato il censimento Top Italian Scientists basandosi proprio sull’H-index. Si tratta di un’iniziativa senz’altro molto suggestiva: essa non solo mira a far emergere gli scienziati italiani più citati ma ad indicare anche le strutture di ricerca di eccellenza, con una sorta di H-index cumulativo. Non c’è da meravigliarsi che ciò abbia generato scalpore e interesse nei media generalisti.

Non voglio valutare adesso i pro e contro dell’H-index, nè addentrarmi nei dettagli dell’affidabilità delle banche dati sulle quali condurre la ricerca. Per tutto ciò rimando ai contributi degli illustri colleghi (VIA-Academy, PubblicoErgoSum) e, se l’argomento dovesse appassionare i lettori del blog, mi impegno a riproporlo con maggiori dettagli. Devo confessarvi che, per quanto misuri ossessivamente il mio H-index (20, 21, 22…) come facevo da adolescente con ben altri attributi (:-o), non è questo che guida la mia attività di ricerca. Mi interessa però, di tutto il dibattito, l’affermazione di Sylos Labini secondo la quale “la qualità della ricerca non si classifica con un numero, ovvero non è ragionevole fare una classifica di scienziati come se si trattasse di tennisti”. Secondo Mauro degli Esposti e colleghi invece, una graduatoria delle università italiane basata solo sui dati dei Top Italian Scientists è valida, in quanto ha una forte correlazione con le graduatorie più conosciute a livello internazionale (come ad esempio quella elaborata dell’Università di Shangai Jiao Tong). Dicono i colleghi: “questo ed altri risultati dell’analisi supportano un principio che sarebbe irragionevole controbattere e su cui apparentemente siamo tutti d’accordo: la qualità e il volume della ricerca sono parametri fondamentali di valutazione”.

Mi trovo d’accordo sia con l’ultima affermazione di degli Esposti sia con quella precedente di Sylos Labini, che apparentemente potrebbero sembrare in contraddizione. Premesso che ritengo gli indici bibliometrici sintetici uno strumento utile, se pur rozzo, per la valutazione dell’attività scientifica, secondo me l’errore non sta nell’uso dell’H-index, ma nel farlo diventare l’Alpha e l’Omega della valutazione. Infatti sappiamo che settori diversi hanno H-index medi diversi e se si vuole fare emergere l’eccellenza assoluta le classifiche andrebbero almeno fatte settore per settore. Giusto per fare un esempio, l’area biomedica è più prolifica di articoli e citazioni di quella matematica: un geniale matematico risulterà avere un H-index più basso di un buon genetista. Come dice Sylos Labini nella sua similitudine sportiva, confrontare uno scienziato di un campo con uno di un altro è come confrontare un tennista con un velista o un maratoneta. Non solo, all’interno di un settore ci può essere un ricercatore di tipo A che, facendo ricerche “di moda” o mainstream, riesce a pubblicare molto ed essere popolare e uno di tipo B che, magari lavorando su questioni ostiche ma destinate a cambiare il corso degli studi, nell’immediato pubblica meno o raccoglie meno citazioni. La qualità del lavoro delle due persone potrebbe essere la stessa, ma nel breve dall’H-index emergerebbe ben altro. Non solo, la loro carriera sarebbe ben diversa se chi decide di tenure o promozioni si basasse esclusivamente sull’H-index. Se l’accesso ad una Call for proposal, la valutazione della qualità dei progetti presentati e il loro finanziamento dipendesse solo, o in massima parte, dall’H-index dei proponenti, un progetto molto innovativo rischierebbe di non vedere mai la sua realizzazione solo perché chi lo presenta è proprio il ricercatore di tipo B. La cosa potrebbe penalizzare molto un giovane, per quanto l’H-index possa essere corretto o normalizzato.

Vorrei aggiungere da appassionato di tennis una riflessione sull’interessante analogia tennisti-scienziati, classificati in base a un numero. L’analogia ha dell’assurdo, ma penso che a portarla fino alle estreme conseguenze si possa imparare qualcosa. La classifica ATP valuta i tennisti sulla base del loro rendimento annuale come somma delle prestazioni ottenute in una serie di tornei internazionali, per le quali vengono assegnati punteggi proporzionali al risultato ottenuto e all’importanza del torneo. La classifica dà soldi e prestigio, e qualifica l’eccellenza del tennista senza alcun dubbio. Essa garantisce al tennista l’accesso ai migliori tornei e una buona posizione in tabellone. E questo al di là della qualità del suo gioco, o della prestanza fisica: McEnroe come Borg, Muster come Becker, Agassi come Sampras. Nell’altro campo dell’analogia, i risultati in un torneo sono da paragonare alle pubblicazioni scientifiche, ottenute su giornali più o meno prestigiosi nel corso di un periodo determinato di tempo. Qua l’analogia si interrompe: l’H-index è un indice integrale, e dà informazioni sul passato più o meno recente e più o meno glorioso di uno scienziato, non sul suo stato di “forma” attuale o sulla sua “eccellenza” del momento o potenziale. Se un ricercatore “eccellente” smette di pubblicare, il suo H-index continuerà a crescere per diversi anni; se un tennista smette di giocare o di vincere, scompare subito dalla classifica ATP. L’H-index va quindi usato con cautela: non deve essere un metodo per valutare un progetto di ricerca unicamente dal blasone del suo proponente (come purtroppo è accaduto), non deve essere un metodo di valutazione “fine” e definitivo per determinare la carriera di un ricercatore, specialmente agli esordi, non se ne deve abusare per giudicare la qualità della ricerca di un paese. Ovviamente questo gli esperti lo sanno, ma media e politici no.

Tornando all’analogia tennistica, un campione come Nadal (che è attualmente in testa alla classifica ATP) è costretto a giocare i suoi tornei e può anche perdere al primo turno! Al contrario, anche un n.44 del mondo può vincere un torneo del grande Slam (es. Gaston Gaudio ai French Open 2004). Quando il diciassettenne Boris Becker vinse il prestigioso Torneo di Wimbledon nel 1985 non figurava nemmeno fra le teste di serie, ma fu capace di eccellere dispensando spettacolo ed emozioni. Per questo i grandi tornei ammettono, attraverso un torneo di qualificazione, anche chi non è tra i primi posti della classifica mondiale. Anzi accade che giocatori bravi, ma bassi in classifica ATP per infortuni, vengano ammessi direttamente con una wild card ai grandi tornei, arrivando persino a vincere (esempi illustri Goran Ivanisevic e Kim Clijsters). Per quanto riguarda l’eccellenza di un paese, la coppa Davis è stata vinta anche da paesi senza nessun giocatore nei “Top 20”. E allora? I tornei vanno giocati, l’“ATP-index” non basta!

Cosa possiamo imparare da questo assurdo confronto? L’H-index può anche essere un buon indicatore sintetico per creare delle “fasce di merito” in specifici settori disciplinari, ma non potrà mai essere un titolo “definitivo” e sostituire una valutazione analitica dell’attività scientifica di un singolo o di una struttura da parte di esperti del settore. Per quanto riguarda concorsi o progetti, la valutazione non dovrebbe che essere contingente, in base alla qualità di ciò che viene prodotto al momento del proposal o in arco di tempo determinato precedente, così come per vincere un torneo del Grande Slam un grande campione è chiamato a vincere 7 partite consecutive in 2 settimane. In questo senso lo sport è molto più democratico e meritocratico: per vincere bisogna eccellere hic et nunc, titoli nobiliari o ruoli accademici, così come avere dei bei CV o alti H-index, sono fattori che servono solo per essere testa di serie ed avere un buon posto in tabellone. Ma poi in campo bisogna andarci, e mostrare l’eccellenza del gioco faticando e sudando.

Chiudo con le parole del Prof. Miguel A. García-Pérez della Universidad Complutense di Madrid, che già nel 2009 aveva proposto un impietoso confronto fra indici bibliometrici e statistiche sportive:

“In any case, the simplicity with which bibliometricians, scientometricians, and scientists in general approach the measurement of an individual’s research performance does not do justice to the complexity and multidimensionality of scientific activity, and contrasts with the richness of parameters and the depth of quantitative analysis with which the performance of tennis, basketball, or baseball players is described. Unlike patrons of these and other sports events (who would never regard an NBA player’s performance as measured only by, say, his average number of offensive rebounds per game), theorists and practitioners in scientometrics seem to be content with summarizing the complexity of someone’s scientific career by a single number”.

Nella foto: il fisico Lev Landau che gioca a tennis.

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Informazioni su simocapa

Ricercatore del Dipartimento di Fisica, Università di Pisa
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24 risposte a Ricercatori o tennisti: H-index come ATP Ranking?

  1. giovannistea ha detto:

    Ottima analisi. Inoltre, in un contesto baronale quale è quello italiano, l’indice H funziona un po’ come il multi-level marketing. Basta che il barone ingrossi il gruppo, e per ogni lavoro pubblicato dai suoi sottoposti il suo indice H cresce, anche se lui sta a sedere a girarsi i pollici.

  2. Complimenti per l’ottima analisi e per le referenze molto dettagliate che son tutte interessanti. Un aspetto della classifica della Via Academy che non ho sottolineato e che vale la pena di ricordare è che questa considera, oltre alle scienze naturali, anche i campi umanistici. Se, ad esempio nella fisica, l’Hindex può avere un senso se ben maneggiato, mi sembra abbastanza ovvio che misurare l’Hindex di Umberto Eco è semplicemente una assurdità. Il fatto che si sia discusso sui media di questa classifica indica anche quale sia il livello della discussione su questi temi in Italia, e dunque dovrebbe stimolare qualcuno armato di buona volontà (e tanta pazienza) a cercare di chiarire l’abc del problema. Infatti il problema della valutazione, come quello delle classifiche internazionali delle università, dovrebbe essere tema da affrontare con grande cautela, esattamente l’opposto di quello che succede.

  3. Cristina Cassina ha detto:

    Il paragone è stimolante, invita a riflettere e ad allargare il campo di riflessione.
    Ma oggi, a cinque giorni dalla manifestazione «Se non ora quando», mi preme soprattutto sottolineare un’altra cosa: quanti colleghi maschi sanno che la nazionale italiana di tennis è oggi detentrice della Fed Cup (l’equivalente femminile della coppa Davis), che aveva conquistato anche nel 2009 e nel 2006?
    Quello che voglio dire è che neppure l’eccellenza certificata dà la sicurezza di una giusta ricompensa (nel caso della professione tennistica maggiore visibilità, bei contratti, presenza sui media: tutte cose che le tenniste italiane non hanno avuto nella stessa misura della squadra maschile che vinse nel lontano 1976).
    Per tornare al nostro mondo, l’università e la ricerca, sono quantomeno scettica – come umanista – a questo genere di indici che cercano verità inconcusse proprio laddove le certezze (per fortuna !!!) sono tramontate già da un pezzo.

    • simocapa ha detto:

      Cara Cristina, hai proprio ragione! Devo fare ammenda: ho citato solo la Kim Clijsters, ma insiema a Becker a proposito di tennisti che vincono un torneo del Grande Slam all’esordio e partendo da posizione “non testa di serie” ci sono tanti esempi illustri fra le donne, come Monica Seles e una delle sorelle Williams. Per quanto riguarda la Fed Cup, e’ vero!!! Dovremmo esserne fieri e manco danno la notizia nei telegiornali! Il confronto con i maschietti Panatta-Barazzutti degli anni’70 e’ istruttivo: Francesca Schiavone ha vinto gli Open di Francia come Panatta e come lui ha dato all’Italia la massima competizione a squadre, ma non la si vede nei programmi televisivi, sportivi e non, a fare comparsate. Figuriamoci fra 30 anni! E pochi sanno che Flavia Pennetta, oltre ad essere alta nel ranking del singolo, e’ la n.1 mondiale del doppio!
      E’ sempre cosi’: le donne, anche se spesso fanno meglio degli uomini (e questo in molti sport, dall’atletica alla pallavolo), non sono ripagate in onori e popolarita’. E questo anche nel mondo degli studi.
      Forse perche’ e’ meglio pensarle a casa a stirare….o a fare osceni balletti intorno a un palo. Vergogna Italia!

  4. carcar ha detto:

    Una questione fondamentale e’ la disomogeneita’ rispetto ai settori. E forti differenze sono rilevabili anche all’interno di uno stesso settore. Un esempio: se cercate i matematici italiani sulla TIS redatta dalla VIA-Academy, potete osservare una curiosa stratificazione: in cima quelli che si occupano di matematica applicata (fisica matematica, analisi numerica, teoria dei controlli), poi ci trovate diversi esponenti del settore di analisi, mentre esponenti illustri di settori tipo algebra-geometria come Bombieri e Procesi appaiono solo in coda.
    Quindi, se si volesse usare estensivamente l’H-index per la valutazione, sarebbe poco ragionevole non fare distinzioni in base a settori e sottosettori. Ma cio’ avrebbe (almeno) due inconvenienti:
    (1) la decisione su chi fa settore a se’ e chi no e’ piuttosto arbitraria;
    (2) la frammentazione in settori e sottosettori aumenta l’autoreferenzialita’.

    • Remo Bozzi ha detto:

      La decisione su settori e sottosettori la prendono i settori forti, che si fagocitano i settori deboli. Adesso so che in Italia gli SSD saranno ridotti e li’ dentro ci saranno lotte di potere. Ovviamente i SSD con tanti ordinari fagociteranno gli altri, e questo non e’ detto che sia un bene. Nel mio campo, le bioscienze, ci sono settori molto di moda che rischiano di fare piazza pulita a scapito di altri meno ortodossi, come è successo in UK anni fa. Salvo poi scoprire che le strade innovative erano quelle tagliate. Mi immagino che nell’area umanistica o delle Humanities avverra’ lo stesso. E li’ non hai nemmeno l’H-index a supporto. Si, mi piacerebbe di piu’ giocarmelo a tennis il mio futuro.

  5. francesco sylos labini ha detto:

    Consiglio la lettura delle linee guida per il buon uso delle metriche dell’Accademia delle Scienze Francese
    http://www.academie-sciences.fr/actualites/textes/avis_170111.pdf

  6. Fausto Montana ha detto:

    Il dibattito è estremamente interessante, anche perché mette bene in evidenza varie criticità inerenti alla valutazione della ricerca umanistica e alla comparabilità degli ambiti. Poco da aggiungere, se non ancora qualcosa contro la mistificazione della misurazione quantitativa. In alcuni settori (quelli filologici e letterari, ad esempio) è fisiologico provare un senso di disagio di fronte a fenomeni di chiara inflazione della produzione scientifica. Scrivere molto (ed essere molto citato, o autocitato) non significa scrivere cose molto utili. Si avverte il bisogno di recuperare come un valore la sobrietà editoriale: scrivere meno e in modo più sostanziale, senza lucrare ad arte. Un dato: si stampano solo in Italia ben più di duecento periodici specialistici collegati alle discipline dell’antichità classica. A un matematico o a un genetista non capita, immagino, di leggere decine e decine di pagine e concludere che per dire le stesse cose potevano bastarne cinque. A un classicista (italiano) sì.

    • Carlo Carminati ha detto:

      A un matematico o a un genetista non capita, immagino, di leggere decine e decine di pagine e concludere che per dire le stesse cose potevano bastarne cinque. A un classicista (italiano) sì.

      Ad un matematico puo’ capitare qualcosa del genere (anche se raramente, in misura minore, o solo dopo un periodo piuttosto lungo): quando il quadro si chiarisce, una dimostrazione difficile puo’ diventare brevissima, spazzando via precedenti versioni che si perdevano in casistiche che, col senno del poi, non sono rilevanti.

      Ma questo procedere per distillazione e’ forse peculiare della matematica: spesso i risultati ottenuti dalla ricerca sono solo “stadi intermedi” di una conoscenza ancora incompleta.

      Ovviamente anche in matematica e’ possibile servir minestre riscaldate, conferendo a progressi irrilevanti la veste di risultato originale (operazione spesso ottenuta complicando cose semplici).

  7. SB ha detto:

    Il “problema duale” consiste nell’asset management delle case editrici. L’asset, o “intellectual property portfolio”, e’ cio’ che consente alla casa editrice di avere entrate. Una vecchia strategia, sempre vincente, consiste nel “royalty-free copyright transfer”, mediante il quale le case editrici accrescono il loro asset a costo zero. Le case editrici massimizzano il profitto minimizzando i costi, e l’ottimo, in questo caso, si ottiene acquisendo il copyright senza pagare royalties. Una nuova strategia e’ il “citation index”, anche noto come “free marketing”. In questo caso, l’autore e’ “fidelizzato”: lo si porta a (1) citare lavori pubblicati in certe case editrici, (2) pubblicare egli stesso in tali case. In entrambe le strategie, si usa la vecchia tecnica del bastone e della carota per convogliare la massa di autori nella direzione voluta. Ogni autore puo’ esplicitare queste chiavi di lettura con la sua esperienza personale, accorgendosi di esser stato forzato in un sistema che lo sfrutta gratuitamente.

  8. sergioz ha detto:

    il problema nel rapporto tra strumenti di valutazione e area umanistica è molto vivo (ma non molto sentito, ancora) in Italia in quanto manca completamente una prassi (cultura?) della valutazione. Anche soltanto cominciare a pensarci provoca in alcune aree vere e proprie crisi di orticaria, per cui il rallentamento imposto al processo è molto pesante. La soluzione identificata di una valutazione non bibliometrica, però, costa e non ci sono strutture disposte a fornire la quantità adeguata di quattrini. Il tentativo fatto da alcune imprese private di avviare simili processi, per poi metterli in vendita con le proprie banche dati, rischia di avviare un percorso pericoloso – già intravisto per altre discipline – in cui determinate ricerche non trovano spazio in quanto poco consone alla moda o fuori dal giro delle poche riviste censite. Ci vorrebbe, in pratica, una forte scelta politica di ragionamento. Una cosa finora non vista.

  9. Riccardo Rigon ha detto:

    Le considerazioni che leggo mi trovano d’accordo. Si tratta pero’ di considerazioni che hanno valore in un paese normale, in cui sono i costumi e un insieme condiviso di valori che guidano il comportamento della maggioranza. Il nostro lo e’ ?
    In verita’ io credo che in questo paese, e l’universita’ non fa eccezione, non si riesca nemmeno a “fare maggioranza”, essendo tutti, praticamente divisi su tutto. Il risultato e’ che la violazione delle regole paga, e non viene punita: anche perche’ semplicemente le regole non esistono o, se esistono, vengono travolte dalle interpretazioni. La battaglia per ogni tipo di valutazione serena e’ una battaglia persa.

    C’e’ poca consolazione in tutto questo: ma sopratutto, ad esserne travolte (oiboh: forse la parola e’ eccessiva) sono le vite di molti che non vedono i loro sforzi premiati (o anche spesso non ostacolati). Con loro, naturalmente, e’ travolto il paese tutto. Scusatemi: queste sono chiacchere di un paese in decadenza avanzata.

    Nessuno di buon senso pensa che l’h-index possa condensare la complessita’ di una vita di ricerca. Mi risulta difficile, pero’, nella mia disciplina, capire (o meglio: lo so bene!) perche’ a chi ha una esposizione costante e “indicizzata” nella letteratura mondiale, viene preferito chi non ce l’ha (e non era Hilbert).

    Si vuole o no capire che prescidere da un minimo di criteri oggettivi condivisi, lascia spazio ad un arbitrio che allontana le persone piu’ intraprendenti ed intelligenti dall’amore per il lavoro, prima ancora che per la scienza ?

    Qui, mentre noi discettiamo, le giovani capiscono che a darla (mutatis mutandis vale anche per l’universita’) si fa strada, e che per il resto regole non esistono.

    • carcar ha detto:

      Condivido alcune delle tue considerazioni, anche se ho dei dubbi che uno strumento tecnico (H-index o similia) possa essere risolutivo quando i problemi riguardano l’etica pubblica.

      Penso comunque che la questione sia: per cosa si usa l’H-index?
      Probabilmente H-index (ed altri indicatori bibliometrici) sono troppo rozzi per esaurire da soli il processo di valutazione dei singoli ricercatori; tuttavia potrebbero essere utili sia come strumento di supporto alla valutazione, sia come strumento di valutazione delle strutture.

      Sarebbe interessante sapere qual’e’ lo stato dell’arte dei criteri bibliometrici in campi diversi dalle scienze.

    • simocapa ha detto:

      Caro Riccardo, ma anche Fausto, Sergioz
      il problema dell’uso dellH-index nelle scienze umane o sociali e’ legato al fatto che non esistono database condivisi in cui le riviste sono indicizzate. Il motivo e’ storico e culturale, sopratutto legato al fatto che nessuna grande major della editoria e’ entrata in questo business. Ma anche al fatto che nel mondo anglosassone, dove le metriche sono in grande auge, invece le humanities non eccellono (o almeno non al pari delle scienze bio-mediche). Se non ci credete, guardate questa classifica (http://www.scimagojr.com/journalrank.php) andando a selezionare le riviste di humanities, in cui gli americani stanno al primo posto e gli italiani all’ultimo (ovviamente potete selezionare anche i singoli paesi). Quindi se pubblico su Dante su Studi danteschi ho un H-index minore (per quel database) che se pubblico su Minnesota review. Chiaramente la lingua inglese si presta ad una supremazia su altre lingue, come aveva fatto notare giustamente la ERA (http://ec.europa.eu/research/era/index_en.htm) a livello europeo.

      Il punto e’ comunque cruciale. L’assenza di un database condiviso non deve essere una scusa per non farsi valutare con criteri oggettivi, ma neemmeno un casus belli per cancellare un’intera area di saperi e questo qualche mio collega scienziato e qualche economista integralista lo hanno anche proposto). Quest’ultima minaccia sa di una crociata contro gli Albigesi (detta anche crociata dei baroni): in una Beziers a ferro e fuoco, i suddetti baroni tecno-economisti non si cureranno se a perire sono anche studiosi seri e meritevoli: se sono bravi, dicono, troveranno il mercato che li finanzia, guardate Umberto Eco! Capito con che razza di gente abbiamo a che fare? Auspico che il settore umanistico sappia trovare da solo dei criteri di valutazione oggettivi, per quanto possibili. E’ che, come ricorda sergioz, in questo campo la valutazione e’ piu’ complessa e richiede tempo. Un libro va letto tutto, mica solo Abstract e
      Conclusions come si fa con gli articoli di Fisica…..

  10. simocapa ha detto:

    By the way, commento tardivo:
    pochi giorni fa è uscito un lavoro di un grande studioso, fra l’altro, di indici blibiometrici, Filippo Radicchi, che ha analizzato le performance dei tennisti di tutti i tempi e il migliore è Jimmy Connors.
    Si veda qua:
    http://www.plosone.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pone.0017249
    L’articolo è uscito il 9 febbraio, lo stesso giorno del mio post.
    Serendipity o Zeitgeist?

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