Ricercare democrazia


Ai bambini a volte capita di sentirsi domandare se vogliono più bene al babbo o alla mamma. Allo stesso modo, a chi lavora nelle università capita di sentirsi chiedere se è più importante la didattica o la ricerca. Direi che si tratta dello stesso tipo di domande senza senso, che mettono in imbarazzo gli universitari, così come probabilmente avviene per i bambini.

Per i bambini la risposta standard, rispettabile, è che vogliono bene lo stesso a tutti e due. Per gli universitari la rispettabilità la si ottiene allo stesso modo. I più arditi possono aggiungere che la ricerca è un presupposto essenziale alla didattica, che da sola diventa rapidamente obsoleta.

Si tratta di una cosa vera, ma giustificata in tali termini la ricerca potrebbe rimanere confinata entro le mura degli istituti e delle università. Poiché i risultati di una ricerca si vedono a distanza di parecchio tempo è facile per qualcuno affermare che ricercare non serve a niente o che, a voler essere proprio generosi, l’unica ricerca che forse serve è quella scientifica. Invece è facile dimostrare che tutta la ricerca è importante per un paese e per l’intera società civile e democratica, e non solo perché da essa ci aspettiamo una più efficace cura per il cancro o l’AIDS. Vediamo come.

Oggi è cosa comune possedere una opinione su qualcosa. Addirittura ci sono professionisti, chiamati con un brutto neologismo “opinionisti”, che di mestiere creano opinioni già fatte, pronte all’uso. Ma è così difficile farsi una opinione? Sembrerebbe la cosa più semplice del mondo: si sente il racconto di alcuni fatti, si ascoltano parlare alcune persone, magari in televisione, ed ecco fatto: l’opinione nasce spontanea nelle nostre menti. E se nella mente di qualcun altro nasce una opinione diversa? Nessun problema. Può tenersi la sua, come altri si tengono la loro. E hanno tutte lo stesso valore e dignità. Del resto si sa: siamo in democrazia e non può essere altrimenti.

Tutto ciò nasconde almeno due enormi malintesi: riguardo a cosa è la democrazia e riguardo a cosa è una opinione. Si tratta di malintesi pericolosi, sui quali una sempre maggiore porzione di società sta costruendo le proprie basi culturali, ma che non assicurano la minima garanzia di solidità a coloro che ad essi si affidano.

Una opinione non è una convinzione arbitraria (che in italiano si chiama “preconcetto”) ma un teorema che ha bisogno di una ipotesi e della dimostrazione di una tesi. Ha quindi bisogno di un lavoro di costruzione, spesso faticoso e non banale, ha bisogno di prove, esperimenti, in base ai quali stabilire cosa è vero ed utile e cosa è falso o inutile. E la democrazia non è l’automatica uguaglianza di tutto, ma l’estensione a tutti del diritto di ricevere informazioni complete e corrette per costruirsi le proprie opinioni.

Oggi come panacea di tutti i mali ci viene offerta la cosiddetta “par condicio”. Ma non è certo la par condicio che garantisce l’equità e la verità. Non sono servite le parole del cardinal Bellarmino a smorzare la verità della teoria Galileiana, non possono servire le parole dei negazionisti a smentire foto e testimonianze della Shoah, non sono servite le tante accuse contro Darwin a rendere meno evidente il senso delle sue scoperte sull’evoluzione della vita sul nostro pianeta.

Per mantenere la capacità di pensare chiaramente in mezzo al chiasso assordante generato da chi si proclama autorevole e ci vuole affibbiare per forza la sua paccottiglia da venditore di elisir di lunga vita, ognuno di noi deve smettere di pensare che tutto valga allo stesso modo, e si deve impegnare a raccogliere prove e fatti, a collezionare informazioni, a stabilire relazioni, per arrivare a costruire una opinione seria, che regga all’assalto delle tante confutazioni arbitrarie delle quali abbiamo l’obbligo di accettare la sfida. Di questo abbiamo la responsabilità tutti, usando tutti gli strumenti possibili. E’ questo che, in un laboratorio o tra le quattro mura della nostra casa, si chiama fare ricerca. Sono queste possibilità e queste capacità che si vogliono eliminare, e di cui invece non si può fare a meno in un paese che voglia dirsi democratico sul serio.

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